Sembra quasi una favola, la vicenda in cui vi accingete a entrare, una favola un po’ triste, un po’ cattiva, in cui la gioia dura solo brevi attimi negli animi delle persone, presto sostituita da un’amarezza cupa.
Questa favola crudele, in cui non sempre i “buoni” vincono sui “cattivi”, accompagna due secoli di storia italiana e più generazioni di una famiglia lombarda in cui i figli maschi (e le femmine pure, invero) sembrano non essere destinati ad una vita “facile”.
Pinin, co-protagonista del romanzo insieme forse alla “voglia di libertà e giustizia”, deve imparare a leggere, a scrivere e a fare di conto prima di poter partire, come i bergamini, per la montagna. Così, a 10 anni, dopo 3 anni di scuola, parte dal paese di Gabella per il primo di numerosi distacchi – dal suo piccolo mondo, dalla sua famiglia, dalla sua casa – di cui solamente questo primo sarà voluto.
In un peregrinare in cui sembra che non esista via d’uscita, Pinin (ma con lui, chi più chi meno, anche gli altri personaggi che si muovono in questo piccolo mondo) si scontra sempre con il potere – incarnato prima dagli austriaci, poi dai fascisti, ma anche da semplici piccoli personaggi di paese che non appena sentono odore di gloria personale perdono di vista gli “ideali” per cui erano entrati in politica – e la sete di rivalsa delle persone. Passa il tempo, scorrono le generazioni ma il potere viene visto sempre come negativo, da qualsiasi parte provenga, in quanto deforma le coscienze e porta comunque alla sopraffazione.
In questa visione “buia” l’autore si concede anche di ironizzare – seppure amaramente – sulla meschinità del “poterucolo”, di “ominicchi” da strapazzo che credono di poter giocare con le vite altrui, come nell’episodio in cui (siamo negli anni del fascismo) il prefetto dice al podestà Besana:
«Bene, molto bene Besana, ricordati che i tuoi colleghi degli altri comuni si stanno dando molto da fare, pensa che il Tribunale Speciale ha già condannato più di trecento antifascisti per un totale di oltre milleseicento anni di galera!».

Una favola amara, dunque, in cui però la gioia, che non si fa catturare dai personaggi, “passa”, “filtra” comunque e sembra restare impressa nelle cose, nelle atmosfere, nelle descrizioni dei paesaggi che l’autore ci regala. Vedi «Il gallo si stava già sgolando, mentre il sole rimaneva ancora nascosto dietro le montagne e il fiume attraversava lentamente i prati e i campi di mais nel silenzio di quella mattina di fine settembre» oppure ad esempio la descrizione accurata del procedimento per ottenere la cagliata… sembra di sentire l’odore del formaggio preparato con olio di gomiti dalla vecchia Maria. O le descrizioni delle carbonaie fumanti… viene voglia di annusare l’aria in cerca di quegli odori.
Una capacità descrittiva veramente felice, quella dell’autore, che riesce, con termini appropriati, a farci entrare in uno spaccato di vita contadina e operaia, a renderci partecipi di procedimenti lavorativi, di colori, odori e sensazioni visti e provati dai personaggi del romanzo.
I personaggi sono descritti sapientemente, ad esempio: «La figura avanzava verso di lui reggendo in mano una lanterna e, quando fu a pochi passi, Pinin si accorse che si trattava di una donna molto alta e altrettanto grassa che trascinava a fatica la sua mole.
Indossava una vestaglia scura, lunga fino ai piedi e con un’ampia scollatura che nascondeva a fatica i seni enormi, il viso paffuto con le guance cadenti era incorniciato da lunghi capelli neri che le scendevano lungo la schiena». La vicenda è ricca di figure quasi fiabesche, comunque misteriose, come i fratelli Venanzio e Mattia, che vivono in due diversi rifugi nel bosco e durante il giorno non si parlano, mentre di notte, tornati ognuno al proprio rifugio, emettono grida e sbattono stoviglie, “rispondendosi” in un gioco alternato e quasi spettrale di follia.

Due sono a mio avviso i messaggi positivi che fanno un po’ da filo conduttore e ci guidano e accompagnano sempre durante la lettura: il primo è senza dubbio la sete di libertà, di conoscenza, di avventura, la voglia di ascoltare nuove storie, di “saper fare” nuove cose. La sete di leggere tutte le parole dei libri, per imparare nuove cose. La sete di conoscenza come cultura, dunque, che significa apertura, scambio, crescita, continua scoperta e trasformazione. Questo elemento c’è e rimane sempre, comunque, anche nei momenti più bui della narrazione.
Il secondo è l’amore. L’amore indipendente dal possesso, l’amore oltre la vita, l’amore come un piccolo cerchio disegnato nel cielo da una donna di quasi cento anni che cerca ancora la sua stella.

In fondo sì, siamo tutti soli: «Ricordati che un uomo è sempre solo, nasce solo e muore solo, vive solo, decide da solo, sbaglia da solo, vince e perde da solo»; però è vero anche che «L’uomo ritrova se stesso quando è solo, quando il successo e l’adulazione non lo accecano, non gli intorpidiscono il cervello, ricordati di tenere sempre allenato il tuo cervello, non farlo ingannare dalle apparenze, dal tuo orgoglio o dalle adulazioni altrui».
«Ricordati di tenere allenato il cervello», a mio avviso uno dei consigli migliori che un padre o una madre potrebbe dare a un figlio.
In definitiva dunque ci troviamo di fronte a un inno alla libertà, di pensiero prima di tutto, di scelta e, come diretta conseguenza, di vita.

Buona lettura


Elena Marchetti
Responsabile autori
Phasar